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Sgt. Pepper’s ( dei Beatles ) uscì nella stessa settimana in tutta Europa, o giù di lì, ma Rubber Soul ( sempre dei Beatles ), che era uscita un anno prima, impiegò 3/4 mesi prima di arrivare in Italia. In questi ritardi, in queste sacche di parziale disorganizzazione, veniva creata la si inseriva la cover: scomparsa in breve tempo la copia vera e propria del brano originale, prosperò a lungo la cover in traduzione . ( Ed è proprio qui che sta l’ artificio milionario ).
I FAVOLOSI ANNI SESSANTA
Erano i favolosi anni sessanta, e sapere l’inglese era un lusso. I testi sullo copertine sarebbero apparsi solo verso la fine del decennio, ed era molto più difficile che adesso, quasi impossibile, trovarli (anche in traduzione) su riviste e libri. La cover in italiano svolgeva, tutto sommato, una funzione culturale. Da un lato, forniva ai nostri musicisti un’occasione per sperimentare soluzioni nuove, in attesa che gli autori italiani uscissero dai cliché sanremesi; da un altro lato, offriva al largo pubblico un accesso – per quanto travisato, edulcorato, semplificato – ad un repertorio culturalmente estraneo. Il liceale ascoltava A Whiter Shade of Pale ( dei Procol Harum ), il benzinaio e il barista Senza luce ( la traduzione ufficiale in italiano ). Verrebbe quasi voglia di dedicare una scuola, se non una via o una piazza, a quei benemeriti traduttori che senza battere ciglio trasformarono All Or Nothing in Oggi piango , Homburg ( dei Procol Harum ) in L’ora dell’amore ( Camaleonti ) l’angoscia, la protesta, la psichedelia delle migliori canzoni inglesi e americane venivano trasformate in storielle lamentose o edificanti in rima baciata, adatte all’Italia del centro-sinistra e soprattutto ai rigori della commissione di ascolto (di censura) della Rai. Ma non ce n’è bisogno. Il monumento, questi nostri valenti traduttori, se lo sono già costruito da sé.
LA REGOLAMENTAZIONE DELLA SIAE
Recita così l’articolo 4 della legge 22 aprile 1941, n. 633 (“Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio”): ” Senza pregiudizio dei diritti esistenti sull’opera originaria, sono altresì protette le elaborazioni di carattere creativo dell’opera stessa, quali le traduzioni in altra lingua … (eccetera)”. Ed essendo affermato il principio che la traduzione costituisce un’elaborazione di carattere creativo, cosi recita l’articolo 7 degli ” Schemi di ripartizione ” deliberati dal Presidente della Siae (30/4/1971, aggiornamento di analoghe deliberazioni del 28/2/1962 e del 12/11/1964): “All’ autore dell’adattamento del testo letterario di composizioni tutelate di origine straniera deve essere assegnata una quota non inferiore rispettivamente: a) per i proventi di cui all’art. l: a 2/24; b) per i proventi di cui all’art. 4: al 5% nel caso di un solo adattatore e al 10% nel caso di più adattatori.”
Chi ha qualche pratica di diritto d’autore sa che i proventi cui si riferisce la delibera Siae sono rispettivamente quelli relativi alle utilizzazioni in balli, concerti, radiotelevisione ecc., e i cosiddetti diritti fono meccanici (vendite di dischi).
Quello che dice la delibera è sostanzialmente che al traduttore spetta la metà della quota che normalmente viene riservata all’autore del testo (che è di 4/24, o del 15% per i diritti fono meccanici ). Anche l’autore del testo originale, ovviamente, deve accontentarsi della metà. Una soluzione giusta? Apparentemente sì.
LA VERITA’
Nel caso tipico di una cover come quelle che riempirono le classifiche di vendita degli anni sessanta, sembra più che ragionevole che venisse premiato il lavoro non di traduzione ma di vera e propria ri-creazione del testo, che in numerosi casi fu uno degli elementi principali del successo: avrebbe avuto un lancio così azzeccato “ Bandiera gialla” (di Gianni Pettenati ) se fosse rimasta “ The Pied Piper” ? Ed è anche ragionevole, ovviamente, che l’autore del testo originale fosse comunque premiato per il suo lavoro, senza il quale il traduttore-adattatore non avrebbe avuto nulla da cui partire. Tutto bene allora? Tutto bene. sembrerebbe. Ma il lettore non distratto si ricorderà (o immaginerà) che all’epoca circolavano comunque anche le versioni originali. Versioni che venivano radio e teletrasmesse, eseguite nei locali da ballo e in concerto, vendute su disco. A chi andavano i diritti per queste utilizzazioni? All’autore del testo originale?
Per le trasmissioni di “ A Whiter Shade of Pale” in inglese, per le vendite del disco dei Procol Harum (e non di Senza luce dei Dik Dik), i diritti relativi al testo andavano tutti a Keith Reid ( autore originale )? O non andavano per caso, per metà, anche a Mogol? La risposta esatta è la seconda.
Il traduttore-adattatore, infatti, percepisce la sua quota di diritti su tutte le utilizzazioni del pezzo sul territorio di competenza della Siae, a prescindere che sia stato eseguito in italiano, in inglese, in qualsiasi altra lingua, o anche senza parole .
(…questo significa che in qualsiasi modo venisse utilizzato, eseguito, radio o video trasmesso sul territorio italiano il brano “ A Whiter Shade of Pale” ( dei Procol Harum ), sia esso in italiano, inglese o addirittura senza parole, Mogol prendeva dei soldi perché era stato colui che aveva fatto la traduzione in italiano…non male no??)
SOLDI FACILI TOTALMENTE LEGALI
Al lettore non distratto, ora, cominceranno a venire le vertigini, perché se si vanno a sfogliare i cataloghi degli editori italiani, si scopre che tutte le canzoni straniere di qualche successo dei davvero favolosissimi anni sessanta furono tradotte: e di queste solo una piccolissima parte venne registrata (o ebbe un minimo ascolto) nella versione italiana. Ricordate forse “ Mister Tamburino” ? Ricordate di aver mai sentito “ È l’ultima volta” (di Jagger-Richards, titolo originale “The Last TIme” )? O di aver cantato “ Michelle” ( Beatles ) in italiano?
No. Di queste ” traduzioni ” non esiste traccia nella memoria collettiva. Ma esiste, eccome, nei rendiconti Siae dei fortunati traduttori. Il cui merito principale fu di essere, in quegli anni ” favolosi “, al posto giusto nel momento giusto: legati, in qualche modo e per qualche ragione, al carrozzone semiparassitario dell’editoria che gestiva il repertorio straniero di successo. Con un esercizietto da esame di paroliere (tanto, chi avrebbe mai ascoltato quella traduzione?) si raccoglievano le decine, le centinaia di milioni di allora. Legalmente. Quanto questa situazione potesse influenzare i rapporti interni nell’industria discografica ed editoriale, quanto questo denaro facile abbia poi pesato negli sviluppi successivi, nel modo di affrontare e gestire le crisi degli anni settanta e ottanta, il lettore lo può facilmente immaginare. Ad un certo punto la cuccagna finì: gli editori esteri, capito l’inghippo, cessarono semplicemente di concedere il diritto alla traduzione. Così oggi non abbiamo Il tunnel dell’amore , Russi , Ti puoi tenere il cappello . O sì?
Fonte: “Il Suono in Cui Viviamo” di Franco Fabbri – Feltrinelli 1996
Autore dell’articolo: Ta-Mario |